Talking Angela: l’app per bambini che turba i genitori

Talking Angela l'app per bambini che turba i genitori
L’ombra della pedofilia si abbatte sulle app della Outfit 7, la società che realizza famosi giochi come la serie di Talking Angela, Talking Tom, Talking Ginger.

La peculiarità dei giochi sarebbe quella di parlare con un gattino, attraverso una programmazione che permetterebbe al suddetto di rispondere coerentemente con la domanda fattagli (un po’ come quando proviamo a chiacchierare col nostro Galaxy o con Siri).

Parte dagli Stati Uniti la notizia che, in poco tempo, fa il giro del mondo: un pedofilo del Missouri si sarebbe, infatti, appropriato del gioco, approfittandone per parlare con ignari bambini; quelli, credendo di chiacchierare con un surrogato dell’amico immaginario che prima della rivoluzione tecnologica popolava il mondo dei più piccoli, fornivano informazioni personali, dati, servizi di localizzazione. L’inquietante notizia di quattro rapimenti negli Usa ha reso ancora più fitto il tam tam, gettando nel panico ragazzi e genitori.

 

Sebbene la società costruttrice abbia smentito fermamente la notizia, nel web ancora non si fermano le voci che parlano di un possibile attacco degli hacker che, impadronitisi dell’applicazione, la utilizzano per spiare e scattare foto ai ragazzini.

Nell’immagine di Angela, la gattina del gioco, si individuano delle sagome, che delineerebbero una stanza, e un uomo a volte nascosto; ma il punto che più preoccupa riguarda le voci secondo cui i dialoghi con la gattina sembrerebbero molto più che dettati da un generatore automatico di risposte. Chiede, infatti, di spostare il dito dalla fotocamera e di farsi vedere, fa domande molto intime, cerca di individuare i bambini, sa se si stanno raccontando cose finte sul proprio conto e lo fa notare.

 

Accantonando, però, allarmismi inutili, l’antibufala di internet continua a crescere, smentendo la notizia: innanzitutto, non si hanno informazioni di bambini scomparsi in nessuna parte del mondo; in secondo luogo, sono pochi gli screen di conversazioni realmente sospette; infine, la polizia postale, a cui è stato denunciato il fatto, non è riuscita a rilevare nulla.

 

La verità potrebbe stare nel mezzo.

Effettivamente, dagli screen ottenuti, sembrerebbe che ci sia qualcuno a manovrare le conversazioni: sembra inverosimile, però, che una sola persona riesca a gestire migliaia di contatti tutto il giorno. Potrebbe essere – si sottolinea che si tratta solo di una supposizione – che siano solo alcuni i contatti hackerati, e che quindi il pericolo reale ci sia, ma sia abbastanza circoscritto.

 

Comunque, la questione della tecnologia affidata ai ragazzini è sempre stata spinosa: da un lato, l’enormità del mondo virtuale espone i bambini ad evidenti pericoli; d’altro canto, la rivoluzione tecnologia ha portato ad una modifica delle interazioni, che ormai sono subordinate all’utilizzo degli strumenti informatici. Come proteggere i ragazzi? E come evitare che siano portati ad assumere atteggiamenti tipici di situazioni private anche in pubblico? Il difficile compito viene affidato ai genitori, che dovrebbero sempre tenere sotto controllo la vita virtuale dei propri bambini, senza invadere troppo la loro privacy, ma riuscendo comunque a proteggerli dalle influenze, positive o negative, del web.

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