Premessa da Giacinto.org | Ci sono varie scuole di pensiero. Alcune affermano che la dislessia abbia radici multifattoriali (biologiche ed emotive), altre scuole di pensiero affermano che le uniche cause siano biologiche. Il presente articolo redatto dalla dottoressa Maria Cristina Burrascano, prende in esame la seconda ipotesi.
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La ricerca dimostra che la dislessia è causata da fattori biologici, non da problemi emotivi o famigliari. Secondo gli studi infatti, la maggioranza dei bambini prescolari destinati a diventare dislessici è felice e bene adattata. I loro problemi emotivi cominciano a manifestarsi quando l’insegnamento formale della lingua scritta non si dimostra adatto al loro stile di apprendimento. Negli anni, la frustrazione cresce quando si vedono sorpassati dai compagni nella capacità di leggere.
La sofferenza di non riuscire a soddisfare le aspettative delle altre persone nei loro confronti è superata solo da quella generata dall’incapacità dei dislessici nel raggiungere gli obiettivi che si prefiggono. Ciò vale soprattutto per quelli che per controllare la loro ansia sviluppano aspettative perfezionistiche. Essi crescono pensando che è “terribile” commettere errori. Questo fatto è estremamente frustrante per loro, poiché li fa sentire inadeguati.
I dislessici hanno frequentemente problemi nelle relazioni sociali, che si possono essere riferire a una delle seguenti cause:
- i bambini dislessici possono apparire immaturi sul piano fisico e sociale rispetto ai coetanei. Ciò può condurre a una scadente immagine di sé e a una minore accettazione da parte dei compagni;
- l’immaturità sociale dei dislessici può renderli goffi nelle situazioni sociali;
- molti dislessici hanno difficoltà a interpretare gli stimoli sociali e possono essere inconsapevoli della quantità di distanza personale necessaria nelle interazioni sociali o insensibili al linguaggio corporeo degli altri;
- la dislessia spesso interessa anche il funzionamento del linguaggio orale e le persone che ne sono affette possono avere problemi nel trovare la parola giusta, possono balbettare, o prendere troppo tempo prima di rispondere alle domande. Questo li pone in una situazione di svantaggio nella fase dello sviluppo adolescenziale, in cui il linguaggio diventa un aspetto cruciale delle relazioni tra coetanei.
Allora diventa fondamentale aver cura di loro come soggetti in evoluzione e considerare prioritario il loro benessere in aggiunta al prendersi cura delle loro potenzialità, facendo leva su di esse, per alleviare la “pena” di non essere “bravi” come gli altri compagni.
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Bisogna infatti , in quanto educatori prima che insegnanti, evitare che aumenti il divario tra le prestazioni del bambino in difficoltà e quelle del gruppo classe, altrimenti si potrebbe incorrere nel rinforzo delle sue problematiche , facendone così un soggetto a rischio di insuccesso scolastico. Bisogna quindi porre attenzione agli aspetti emozionali, per cercare di limitare la perdita di motivazione, intervenendo con una didattica adeguata ed una giusta valutazione (ad esempio, separando gli errori dal contenuto), fargli sentire che il suo lavoro viene comunque apprezzato , evitando di riempire i quaderni di segni rossi. Anzi , rinforziamo ogni minimo risultato anche se si tratta solo di una frase o una riga scritta “bene”, nel caso di bambini disgrafici, oppure, trovandoci di fronte a bambini dislessici e discalculici, lasciamo il tempo che a loro serve per risolvere un problema in classe anche se l’ora di matematica è terminata , senza aggiungere così l’esercizio non completato ai compiti per casa. Tuttavia, ciò non significa che bisogna evitare loro le difficoltà, altrimenti non vi sarebbe crescita. Adattare infatti, non deve essere sinonimo di semplificare. Poichè la meta da raggiungere è comune a tutti gli alunni presenti in una classe, si tratta solo di trovare itinerari alternativi a seconda delle necessità: se essi debbano essere più lunghi o più brevi è da valutare in base alle loro risorse individuali.
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In aggiunta a quanto descritto, la considerazione di ulteriori aspetti critici, quali l’ansia dei genitori, la non accettazione del problema, le difficoltà nei rapporti , il senso di non adeguatezza, lo sconforto, le tensioni ed altri atteggiamenti, deve indurci a far acquisire agli alunni in difficoltà, un’ adeguata autostima personale, evitando così che si instaurino sensi di inadeguatezza ed inferiorità. Talvolta i genitori attribuiscono la responsabilità della difficoltà alla scuola e alla mancanza di professionalità dei docenti, mentre il figlio si sente responsabile del conflitto genitoriale e accresce la sua ansia, vivendo con la paura dell’abbandono. In definitiva, il problema di apprendimento del bambino si trasforma spesso in un problema relazionale e sociale che coinvolge tutta la famiglia.
Ciò che conta è quindi dare alla dislessia il giusto peso, individuarla come un problema attraverso una diagnosi specifica, accettarla ed essere accettati, per poter crescere sviluppando le capacità di esprimere appieno la propria intelligenza e creatività.







