I ragazzi hikikomori

L’Hikikomori è un fenomeno drammaticamente diffuso in Giappone che dagli ultimi quindici anni coinvolge più di un milione di persone, generalmente appartenenti ad una classe sociale medio – alta e per lo più di sesso maschile (90%). Il termine “Hikikomori” fu utilizzato per la prima volta dallo psichiatra Saito Tamaki, direttore del Sofukai Sasaki Hospital, il quale coniò tale parola riferendosi al comportamento di taluni adolescenti o giovani adulti (14-30 anni) che mostravano segni di letargia, isolamento sociale totale per almeno sei mesi e incomunicabilità.

Nella maggior parte dei casi, ad ogni modo, il soggetto che pratica hikikomori è un figlio unico o un primogenito sul quale vertono le elevate aspettative della famiglia circa una pronta ed importante carriera lavorativa. La parola Hikikomori significa “isolarsi”, “chiudersi”, “ritirarsi”, e fa riferimento un numero considerevole di giovani  i quali, ritirandosi nella propria stanza e rimanendovi per lunghi periodi, interrompevano la comunicazione con il mondo sociale.

In ogni caso, i soggetti che praticano hikikomori sono accomunati da uno stato d’ansia, a volte generalizzato, causato in parte dalla rabbia dovuta alla mancata comprensione da parte dell’ “out-room”, nonché dal senso di colpa per le abitudini comportamentali assunte. Non è infrequente, di contro, che alcuni giovani che praticano hikikomori sviluppino spiccate capacità creative che sembrano alleviare un poco la forte ansia provata, permettendo loro di sperimentare forme comunicazionali alternative, come ad esempio la comunicazione online, permeata da “amicizie” virtuali, “chiacchierate” via chat, e-mail, post in forum, blog e così via.

E’  proprio attraverso questa modalità relazionale che il giovane mantiene una sorta di vita sociale, intrattenendo relazioni con l’esterno, le quali possono concretizzarsi in contratti di lavoro (in particolare attività di design) che i giovani hikikomori onorano operando dal buio della loro stanza chiusa. Il verificarsi di tali attività però, non mette in ombra né il generale senso di “inversione del tempo” né “l’approccio verso la vita” tipici dei soggetti hikikomori .

E’ possibile affermare infatti che “gli adolescenti più predisposti a diventare Hikikomori solitamente hanno uno scarso senso del dovere, del lavoro, e anche del senso di indipendenza. Sono giovani che a volte possono compiere azioni nei confronti della propria vita ma che non prendono mai decisioni e non attuano cambiamenti che influiscono nelle scelte di vita a lungo termine. Lo spazio di tempo durante il quale le persone comuni vanno a scuola, in ufficio e hanno rapporti sociali, viene vissuto da Hikikomori con una forte ansia; quindi chi pratica Hikikomori modifica il fuso orario della vita ed inverte il giorno con la notte. In questo modo essi tentano di alleggerire il senso di colpa e di ansia che costantemente provano. Hanno bisogno di un certo “spazio libero” nel quale respirare, senza gli occhi indiscreti di estranei che li giudicano costantemente. L’unico spazio che possono controllare, pertanto, è la loro camera” .

La prolungata solitudine e la connessa mancanza di contatti sociali vis-à-vis, che conseguono all’autoreclusione producono, nel lungo periodo, effetti che vanno ad alterare e a ledere le capacità e le competenze socio-comunicative per interagire con l’esterno. Si tratta quindi di una reclusione volontaria che avviene per cause sociali e familiari, non di una malattia, come si tende a considerare questo fenomeno, poiché non si riesce a concepire come una persona in buona salute che desidera allontanarsi dalla famiglia in primo luogo e poi dalla società. Significativo è il fatto che casi di Hikikomori non sono stati riscontrati in famiglie divorziate o separate e nemmeno in contesti in cui il padre, per motivi di lavoro, è costretto ad abbandonare la famiglia.

Il figlio maschio, tanto più se primogenito, è investito di grande responsabilità. Anche persone molto timide e non molto inclini alle relazioni con gli altri sono spesso predisposte a Hikikomori, in quanto sanno di non essere all’altezza di ciò che la famiglia e la società pretendono da loro. L’istituzione famiglia, che risulta perfettamente conformata alle esigenze culturali della moderna società, è caratterizzata da una precisa separazione dei ruoli, che vede la posizione della madre come predominante rispetto all’educazione dei figli, alla scelta delle scuole da frequentare, al controllo del rendimento scolastico in vista del successivo inserimento lavorativo, nonché in riferimento alla gestione dei rapporti sociali e alle più comuni faccende domestiche e di gestione della casa in generale.

E’ possibile concepire il ritiro in hikikomori anche come una estrema forma di reazione e resistenza di molti giovani nei confronti delle regole della società in cui essi vivono. Il loro isolamento è volontario e rappresenta l’unica via di salvezza rispetto ad un sistema che “promuove i vincitori e protegge i perdenti”. Definendo il fenomeno come una nuova epidemia sociale manifestatesi come sindrome da adattamento, questi giovani autoreclusi si rifugiano nella propria camera, pieni di ansia e inquietudine. Comune a tutti è l’inversione del ritmo giorno-notte e un profondo senso di inferiorità per essere inattivi nel momento in cui tutta la società opera e produce.

Hikikomori in Italia.
L’unico legame con il mondo esterno è dato da internet, strumento che permette loro di assumere personalità fasulle che rispondano agli ideali imposti dalla società, e che consente loro di conservare una parvenza di parola e occupazione del tempo, senza che il vuoto diventi troppo ingombrante. Gli hikikomori sono figli della cultura giapponese, ma i nostri “autoreclusi” condividono con loro più di un aspetto, innanzitutto la vergogna narcisistica. Lo scarto tra il loro desiderato e il reale è troppo forte. Colpa anche delle eccessive aspettative dei genitori  e se da un lato i ragazzi giapponesi fuggono da regole troppo severe,  dall’altro i nostri scappano dall’incapacità di gestire relazioni di gruppo. Uno spaccato interessante è inoltre fornito direttamente dal web, che ormai pullula di spazi virtuali, in cui gli hikikomori si manifestano “vivendo” la loro vita ed esprimendo i loro interessi e le loro opinioni.

L’isolamento relazionale dei giovani nipponici, per quanto costituisca un fenomeno di matrice sociale o psicopatologica, si innesta all’interno di un sistema culturale fortemente caratterizzato dall’uso della tecnologia, attraverso la quale la reclusione-evasione che configura la scelta dell’hikikomori, viene a realizzarsi attraverso differenti e nuove modalità relazionali in sostituzione di quelle tipicamente face-to-face. Secondo una prospettiva prettamente psicologica infatti, i soggetti che praticano hikikomori sembrano soffrire di una disfunzione cognitiva che può essere trattata mediante psicoterapia. L’attività terapeutica con i soggetti che praticano il ritiro sociale, data la fenomenologia della patologia, è caratterizzata dalla domiciliarità degli incontri previsti tra psicologo e paziente. Per poter essere in grado di aderire senza conflitti alla società è necessario riprendere possesso del proprio sé e questo deve rappresentare uno degli obiettivi del counseling. La difficoltà più rilevante nel cercare delle possibili “cure” per l’hikikomori appare connessa proprio al rifiuto del contatto fisico con lo psicologo.

                                                                         Dott.ssa Giusi Mallia, Pedagogista

Photo Credits | worldofjapan.net

 

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